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Sonja     M u s c a s     (matr. 050012)

.:: Terza età e orti urbani ::.




Relatore:                 Prof. Sofia Corradi
Correlatore:         Prof. Giuseppe Oberto





Anno Accademico 2003 – 2004
Tesi di Laurea in Educazione degli Adulti
Corso di Laurea in Scienze dell’ Educazione

Facoltà di Lettere e Filosofia
Terza Università degli Studi “ROMA TRE” di Roma




S O M M A R I O


Premessa      Anziani in cifre      La vecchiaia nella storia dell'uomo     Tempo libero e     solitudine        Cenni di storia della medicina della terza età       Horticultural Therapy      Orti urbani           Progetto recupero aree XIX Municipio        Conclusione         Allegati  


Premessa

                 secondo Peter Laslett esistono tre età distinte nella vita: la prima dedicata all’apprendimento, alla preparazione alla vita attiva e ai futuri ruoli familiari; nella seconda età ci si dedica alla famiglia, ai figli e al lavoro per mantenerli; nella terza fase della vita, finalmente, ci si può dedicare a se stessi, ad arricchirsi interiormente e a sviluppare al meglio le proprie capacità: un lavoro che non andrà mai in pensione.

Stiamo vivendo cambiamenti di grande portata che riguardano nuovi equilibri e diversi rapporti tra generazioni. La presenza di un numero senza precedenti di persone in grado di godere le ultime età della vita libere dalla routine del lavoro retribuito fa sì che sia aumentata la visibilità delle classi di età più anziane, una parte di popolazione rimasta per lungo tempo invisibile sia ai politici che agli studiosi del sociale . La terza età è pervenuta alla ribalta dei media e della politica non tanto per i successi in campo medico che hanno consentito l’aumento rilevante della vita media dei cittadini, quanto come causa di preoccupazione per i costi crescenti che gli anziani pensionati rappresentano per i sistemi di sicurezza sociale e quindi per i bilanci dei paesi economicamente più evoluti. Certo è che moltissimi ultrasessantenni sono ormai fuori dal mercato del lavoro e, in un sistema che valuta la persona a seconda delle capacità produttive, la terza età finisce per essere considerata un periodo superfluo o inutile dal punto di vista economico. In questo senso gli anziani diventano una questione sociale. In questa sede si cerca di considerare il problema-anziani non in termini di malattia, inabilità, povertà, isolamento e perdita del ruolo sociale, anche se qualche riferimento dovrà essere necessariamente fatto, quanto piuttosto di anziani ancora attivi, degli anziani che varcando la soglia del terzo millennio non sono più giovani ma nemmeno vecchi, o che non si sentono tali, che vivono la loro età con soddisfazione, si rendono utili (nonni tuttofare ) con entusiasmo, che partecipano attivamente al benessere della famiglia. Certo non si può negare che in questa età, convenzionalmente collocabile tra il cinquantacinquesimo e il sessantacinquesimo anno (di solito coincide con l’andata in pensione), si assiste a modificazioni importanti che riguardano la sfera biologica (mutare, decadere del corpo), psicologica (cambiamenti che riguardano l’adattamento alla vita quotidiana), sociale (cambiamento del ruolo nella comunità); sono aspetti che agiscono insieme ma che non necessariamente coincidono. Nei primi studi sull’invecchiamento si poneva l’accento su questa fase della vita come riduttiva e distruttiva, insomma un processo attraverso il quale l’individuo diminuisce e perde progressivamente le proprie strutture e funzioni. Negli studi più recenti si parla di “modificazioni confrontabili a quelle che avvengono nei processi di accrescimento ma non a questi inversi.” In analogia con le ipotesi biologiche, anche in ambito psicologico, vengono rilevati alcuni filoni interpretativi che, per brevità espositiva, possiamo ricondurre a quelli che fanno capo alle teorie del disengagement o del disimpegno e quelle dell’activity. La prima, proposta da Cuming e Henry nel 1961 , vede nell’invecchiamento una riduzione progressiva delle funzioni individuali e interpersonali, una sorta di lasciarsi andare alla deriva, conseguenza, in parte, della reale riduzione delle capacità e delle abilità preesistenti, in parte del volontario ritiro dal mondo favorito dal pregiudizio collettivo che in fondo “invecchiare significa morire” e da quello sociale secondo cui l’anziano è un “oggetto residuale” e marginale di una organizzazione in cui la competizione e l’efficienza sono i valori dominanti. A questa teoria si contrappone quella elaborata da Havighurst , o dell’activity, secondo la quale il disimpegno non è inevitabile e molti anziani non mostrano di disimpegnarsi né sul piano fisico, né su quello psicologico, né su quello sociale. Havighurst individua le caratteristiche dell’invecchiamento con successo nell’ incremento del livello di soddisfazione e del benessere psicologico; ciò consisterebbe nella capacità di mantenersi attivi, fino all’età avanzata, impegnandosi nelle attività più diverse e seconda delle differenti opportunità presenti e delle abilità personali. Sicuramente il fisico stenta a fornire le prestazioni di 20-30 anni prima. Cesa Bianchi osserva che un soggetto anziano è in grado di supplire i deficit connessi al decadimento di alcune capacità utilizzando altre abilità e funzioni. Alla riduzione della rapidità senso-motoria, ad esempio, si affianca precisione e accuratezza, l’efficienza intellettiva diviene più lenta ma anche più riflessiva; in sintesi, con l’avanzare dell’età diminuiscono le possibilità di fornire prestazioni eccezionali, ma sono confermate quelle medie abituali; si restringerebbe la gamma delle attività, ma non l’efficacia e l’efficienza di quelle medie possibili. Gli studi sulla longevità, condotti da Lehr , mostrano come essa consegua alla life satisfation che a sua volta è frutto di una buona percezione di sé e conseguenza della curiosità per le cose della vita in genere, dell’attenzione per la propria crescita interiore, della capacità, nel corso del pensionamento, di sostituire al lavoro, appena lasciato, altre forme di attività e di interessi che contribuiscono ad ampliare le conoscenze e le competenze personali. La storia delle civiltà mostra come la figura dell’anziano abbia attraversato il tempo con alterne fortune: a volte deprecata, a volte elevata ai ranghi sociali più alti, a volte derisa, a volte invidiata , a seconda del sistema dei valori attraverso i quali ogni società, in quel tempo e in quel determinato luogo, considera la porzione terminale della vita umana. Oggi le società più industrializzate tendono a farne un problema, o a nascondere la vecchiaia quasi sia una colpa , invece di attuare serie politiche di valorizzazione di quella parte di cittadini che possono, e che vogliono, ancora rendersi utili. L’incremento del tempo di vita pone problemi sicuramente non presenti in altre epoche quando il turn over del tempo di permanenza dell’uomo sulla Terra era più breve, anche a causa delle malattie e delle guerre più frequenti. I vecchi venivano sostituiti dai giovani in un arco di tempo relativamente breve, il pericolo del sovraffollamento e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse era evitato. Oggi l’allungamento della vita pone una serie di problemi a chi deve organizzare sistemi sociali efficienti al fine di rendere il periodo di vita residuo accettabile sotto il profilo economico e soprattutto gratificante sul piano individuale. Il tempo libero, o liberato dagli impegni lavorativi di routine, rischia di diventare tempo vuoto e quindi un acceleratore dei processi di invecchiamento. Esso può diventare fonte di solitudine dovuta all’abbandono dell’attività e quindi dei rapporti sociali che inevitabilmente si perdono; quindi non tempo di vita partecipata, ma tempo libero dal lavoro e con esso, di compagnia, di relazioni sociali, di affetti. Ancora. Lo stesso concetto di “tempo libero” assume valenze diverse a seconda delle possibilità economiche e culturali dei soggetti che dovrebbero usufruirne . Allora, paradossalmente, il tempo libero può divenire una condanna, invece che giusta ricompensa per chi ha lavorato per buona parte della propria vita, o il tempo della noia , in attesa del momento di abbandonare questa valle di lacrime. Quindi un contenitore da riempire. Con che cosa dovranno essere gli anziani a stabilirlo a seconda delle loro sensibilità, della loro cultura, delle loro preferenze, degli interessi che possono sorgere o derivare da antiche passioni. Sembra evidente la necessità di un piano “pedagogico” che, alla luce di quanto sin qui esposto, si proponga di educare la società in generale alla valorizzazione delle risorse umane nelle loro varie forme, ed età, e l’anziano, in particolare, a prendere coscienza dei propri limiti ma soprattutto dei punti di forza sui quali far leva per poter condurre l’ultimo segmento della propria esistenza in maniera gratificante per sé e utile per gli altri. Non mancano iniziative pubbliche: Università della Terza Età presenti nei capoluoghi; “Nonni a scuola”, anziani che vigilano contro lo spaccio di droghe ai minori, Aging; Volontariato “Anziano per Anziano”, manutenzione dei giardini di scuole e musei sono occasioni per l’impiego di parte del tempo libero in attività varie, che consentono risparmi anche notevoli per la finanza pubblica. Numerosi comuni, soprattutto delle grandi città del Nord, attuano una serie di iniziative a favore dell’impiego degli anziani, tra le quali la concessione di piccoli lotti di terra, del demanio, non altrimenti utilizzabili. Si tratta di orti urbani, la cui assegnazione mira, in alcuni casi, all’ uso didattico e culturale: un laboratorio all’aperto per le scuole. Tutto ciò in stretta relazione tra attività di sostegno al voler fare degli anziani e allo sviluppo delle conoscenze, anche in campo botanico , delle giovani generazioni. In altri casi a favore dei cittadini allo scopo di sollecitare l’impiego del tempo libero in attività produttive in stretto legame con l’ambiente, i concittadini, la famiglia, quasi punto di riferimento di amicizia, solidarietà e , soprattutto, scambio di esperienze. Queste esperienze sono state ritenute interessanti da coloro che si occupano di fenomeni sociali e di pianificazione del territorio. In uno studio recente l’Università degli Studi “Roma Uno” ha effettuato una ricognizione del complesso uso del territorio, spontaneo, non organizzato, di Roma e dintorni: gli orti urbani. Lo studio aveva lo scopo dell’analisi in dettaglio sia della diffusione che delle tipologie di conduzione, così da confrontarle con le altre realtà italiane ed europee, dalle quali i problemi di pianificazione e di gestione sono stati affrontati e, sebbene in modo diverso, risolti.

S O M M A R I O

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Europa: anziani in cifre

"Tous les hommes sont mortels: ils y pensent. En grand nombre d'entre eux deviennent des vieillards: presque aucun n'envisage en avance cet avatar. " "Tutti gli uomini sono mortali: ci pensano. Molti tra loro diventano vecchi: quasi nessuno considera in anticipo questa metamorfosi " Simone de Beauvoir scriveva queste parole intorno agli anni '70. Da allora è cambiato poco o niente. I vecchi sono sempre impreparati, indifesi e soli davanti a tutte le perdite che il trascorrere del tempo porta con sé. Il più delle volte il lavoro, sicuramente parte delle forse fisiche, brani di memoria, affetti, considerazione sociale, autostima, propositività. Una miscela esplosiva di perdite personali e carenze pubbliche che fa, degli anziani, una speciale bomba sociale. Bomba in via d'esplosione, sembrerebbe.

Gli anziani sono sempre più numerosi

Popolazione di età compresa tra i 65 e i 79 anni in alcuni paesi comunitari (quota su popolazione totale)

                        1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1996
Germania 9,9 10,7 11,6 12,6 13,1 11,3 11,2 11,5
Regno Unito 9,8 10,1 10,8 11,6 12,3 11,9 12,0 11,7
Francia 9.6 9,9 10,5 11,0 11,3 9,5 10,2 11,2
ITALIA 7,9 8,3 9,0 10,0 11,0 10,4 11,6 12,7
Spagna 7,0 7,5 8,0 8,6 9,1 9,6 10,6 12,1
Danimarca 8,9 9,5 10,2 10,9 11,6 11,8 11,9 11,3
Finlandia 6,3 7,0 7,9 9,2 10,2 10,2 10,5 11,1
Svezia 9,8 10,5 11,3 12,3 13,1 13,4 13,6 12,8
Europa dei 15 9,0 9,4 10,2 10,9 11,5 10,7 11,1 11,7

Aumenta la percentuale degli ultraottantenni
Popolazione ultra ottantenne in alcuni paesi comunitari (quota su popolazione totale)

1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1996
Germania 1,6 1,7 1,9 2,2 2,6 3,2 3,7 4,0
Regno Unito 1,9 2,0 2,3 2,4 2,7 3,1 3,6 4,0
Francia 2,0 2,1 2,3 2,4 2,8 3,2 3,7 4,1
ITALIA 1,3 1,6 1,8 1,9 2,1 2,5 3,1 4,1
Spagna 1,2 1,3 1,5 1,6 1,7 2,3 2,8 3,4
Danimarca 1,6 1,8 2,0 2,4 2,8 3,2 3,7 -
Finlandia 0,9 1,0 1,1 1,3 1,7 2,2 2,8 3,2
Svezia 1,8 2,0 2,3 2,7 3,1 3,6 4,2 4,7
U.E. 1,6 1,7 2,0 2,1 2,4 2,9 3,4 3,8

E’ in caduta libera la percentuale della popolazione di età 0/14 anni
Popolazione fino ai 14 anni in alcuni paesi comunitari (quota su pop. totale)

1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1996
Germania 21,0 22,8 23,3 21,8 18,8 16,2 16,0 16,2
Regno Unito 23,3 23,4 24,1 23,4 21,0 19,3 18,9> 19,4
Francia 26,2 25,7 24,9 24,1 22,5 21,4 20,1 19,4
ITALIA 24,7 24,3 24,6 24,3 22,6 19,6 16,8 14,9
Spagna 27,4 27,4 27,7 27,3 26,0 23,5 20,2 16,4
Danimarca 25,5 23,8 23,4 22,7 21,1 18,6 17,1 17,5
Finlandia 30,7 27,4 24,9 22,2 20,5 19,4 19,3 19,0
Svezia 22,7 21,0 20,9 20,7 19,8 18,2 17,8 18,8
Europa dei 15 24,4 24,6 24,7 23,8 21,8 19,7 18,3 17,4

L'Italia è stato il primo Paese al mondo in cui il peso percentuale degli anziani è arrivato ad essere maggiore di quello dei giovani sotto i 15 anni: 17,3% contro il 14,5%. Nei prossimi 10 anni i giovani tra i 15 e i 34 anni diminuiranno di circa 5 milioni, mentre gli anziani aumenteranno di 1,5 milioni. L' invecchiamento della popolazione continuerà, ed avrà il suo picco nel 2030, anno in cui avremo 15 milioni di anziani ultrasessantacinquenni, il 28% della popolazione. Un dato di fatto - non una condanna - almeno - così non dovrebbe essere. La presenza di un numero senza precedenti di persone anziane nella nostra popolazione sta producendo e produrrà comunque cambiamenti di sempre più grande portata nei rapporti e negli equilibri tra le generazioni. E’ evidente che il disagio è forte e investe sia il piano sociale che quello economico: gli anziani non solo sono sempre più numerosi, ma sempre più dipendenti. Da una indagine su un campione di 4.300 anziani si ha un'idea delle carenze economiche dai redditi medi mensili.

Carenze economiche: redditi medi mensili (quota su 4.300 anziani) scaglioni di reddito in euro risposte
fino a 516,00 11 % da 516,00 a 775,00 18 %
da 775,00 a 1.033,00 15 %
da 1.033,00 a 1.291,00 10 %
da 1.291,00 a 1.549,00 7 %
da 1.549,00 a 1.807,00 3 %
da 1.807,00 a 2.065,00 3 %
da 2.065,00 a 2.324,00 1 %
da 2.324,00 a 2.582,00 1 %
da 2.582,00 a 3.098,00 2 %

"(…) Les vieillards qui ne constituent aucune force économique n'ont pas les moyens de faire valoir leur droits: l'intérêt des exploiteurs, c'est de briser la solidarité entre les travailleurs et les improductifs de manière que ceux-ci ne soient défendus par personne." "(…)I vecchi che non costituiscono alcuna forza economica non hanno i mezzi per far valere i loro diritti: il tornaconto degli sfruttatori sta nell' infrangere la solidarietà tra lavoratori e "improduttivi", in modo che nessuno difenda questi ultimi". Le società dei paesi economicamente più avanzati si interrogano sulla necessità delle tutele, sulle pensioni, sui vecchi poveri, sui vecchi soli, ma anche sui vecchi benestanti e soli, sui vecchi che vivono soli dentro alla propria famiglia.

Composizione delle famiglie per numero componenti il nucleo
COMPOSIZIONE PERCENTUALE
Monocomponente 33,0 38,2 19,4
Coppia 32,7 29,2 24,3
Tre componenti 14,7 15,9 22,6
Quattro componenti 13,1 11,2 23,8
Cinque componenti 4,9 4,2 7,0
Più di cinque componenti 1,6 1,3 2.9
Totale 100,0 100,0 100,0 Regno Unito Germania Italia

Comunque sia sembrano inchiodati alla vecchiaia, alla mancanza di potere, alle difficoltà della comunicazione. Eppure si tratta di persone che hanno partecipato alla ricostruzione post bellica, che da giovani hanno lottato per conquistare spazi di libertà in tutti i campi, che hanno allevato i figli, che ancora hanno molto da dare… ma che le società, e loro stessi , tendono ad emarginare, a negare, a legare a stereotipi di comodo. "Les mythes et les clichés mis en circulation par la pensée bourgeoise s'attachent à montrer dans le vieillard un "autre". ( …)Si les vieillards manifestent les mêmes désirs, les mêmes sentiments, les mêmes revendications que les jeunes, ils scandalisent. ( …) Ils doivent donner l'exemple de toutes vertus. Avant tout on réclame d'eux la sérénité: on affirme qu'ils la possèdent, ce qui autorise à se désintéresser de leur malheur. L'image sublimée qu'on leur propose d'eux mêmes, c'est celle du Sage auréolé de chevaux blancs, riche d'expérience et vénérable, qui domine de très haut la condition humaine; s'ils s'en écartent, alors ils tombent en dessous: l'image qui s'oppose à la première, c'est celle du vieux fou qui redoute et extravague et dont les enfants se moquent. De toute façon, par leur vertu ou par leur abjection ils se situent hors de l'humanité" . "I miti e i luoghi comuni messi in circolazione dal pensiero borghese si sforzano di mostrare nel vecchio un "altro". (…) Se i vecchi manifestano gli stessi desideri, gli stessi sentimenti, le stesse rivendicazioni dei giovani, provocano scandalo. I vecchi devono dare l'esempio di ogni virtù. Prima di tutto da loro si esige la serenità: si asserisce che la possiedono, cosa che autorizza a disinteressarsi della loro infelicità. L'immagine sublimata che viene loro proposta di sé stessi, è quella del Saggio aureolato di capelli bianchi, ricco d'esperienza e venerabile, che domina dall'alto la condizione umana; se se ne discostano, allora cadono in basso: l'immagine opposta alla prima è quella del vecchio pazzo, che farnetica e vaneggia e del quale i bambini si burlano. In ogni modo, o per la loro virtù o per la loro abiezione, i vecchi si collocano fuori dall'umanità." Certamente non possono essere accettate in toto le affermazioni della de Beauvoir; è evidente che sono legate a un determinato periodo, a un clima politico-sociale ricco di fermenti. Possono essere accolte come provocazione, come motivo di riflessione sulla situazione della terza età, per pervenire alla proposta di utilizzazione di parte del tempo libero, derivante dal termine del tempo del lavoro istituzionalmente inteso, in attività di vario genere tra le quali assistenza agli altri anziani, vigilanza – assistenza agli scolari, consulenze di vario tipo (il mettere a disposizione degli altri le proprie conoscenze può essere gratificante per chi dà e per chi riceve) e, perché no?, nella cura di un orto vicino la propria abitazione con le implicazioni che ciò comporta sul piano della socializzazione e, soprattutto, nell’ avvicinare le generazioni attorno ad un interesse condiviso.

S O M M A R I O

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La vecchiaia nella storia dell’uomo

La vecchiaia ha attraversato la storia con alterne e opposte fortune. A volte rifiutata e derisa, a volte venerata, il genere umano ha avuto da sempre un duplice atteggiamento nei confronti di questo periodo dell’esistenza che fa parte dell’uomo e della sua fragilità.

Nel mondo antico la vecchiaia era un avvenimento eccezionale . La vita media non superava i trent’anni e pochi erano quelli che riuscivano a raggiungere una età avanzata (o considerata tale secondo gli standard della comunità di appartenenza). In esse il destino dei vecchi poteva essere molto diverso. In Europa è ben noto il differente atteggiamento nei confronti della vecchiaia nelle due città più rappresentative dell’antica Grecia, Atene e Sparta . Prima di ogni considerazione sembra appena il caso di ricordare che il numero dei vecchi era certamente esiguo a quei tempi (per cui essi rappresentavano solo relativamente un problema sociale) e che, ovviamente (come del resto accade ancor oggi), diversa era la vecchiaia delle persone ricche ed istruite rispetto a quella dei poveri e degli incolti. Ciò premesso, per quanto riguarda Atene, Aristotele, nella sua concezione politica, esclude gli anziani dal governo della polis, affidando il potere politico ai militari di età media (quindi giovani) e ricchi (perché i poveri sono più facilmente corruttibili). Nell’Atene di Pericle viene stabilita una assistenza pubblica per gli orfani, per i mutilati di guerra, per gli invalidi sul lavoro, per i poveri, ma i vecchi non ricevono alcun genere di aiuto o, almeno, non vengono menzionati. La civiltà estetizzante di Atene ritiene inaccettabile un fenomeno di decadenza, quale la vecchiaia, e tende a cancellarla dalla memoria collettiva. A Sparta, invece, il vecchio è un sopravvissuto a molte battaglie, e, se ha esercitato la virtù, è colui che è saggio: avrà onori ed incarichi pubblici e, ubbidendo alle leggi di Licurgo, sarà chiamato a giudicare. La "gerousia" era il potere più alto e rivestiva un ruolo di grande importanza: quello di presentare le proposte di legge, di controllare l’educazione della collettività, di giudicare i delitti contro la famiglia o i tradimenti contro lo Stato, imporre multe, condannare all’esilio o a morte. Il modello spartano applicava il sistema comunitario, finalizzando le energie individuali alla formazione di uno stato che supera la dimensione privata in vista della vita collettiva. Alcune maschere in terracotta, provenienti dal santuario di Artemis Orthia a Sparta, raffigurano, con straordinario realismo, facce rugose di vecchi. Esse però non ridicolizzano i personaggi. Lo scopo quindi non era satirico, né blandamente umoristico, ma probabilmente solo cultuale. A Sparta i vecchi sono trattati con molto rispetto: solo ad essi viene concesso l’uso della torcia di notte e ad essi bisogna cedere il posto nei teatri e nelle assemblee. Nell’antica Roma (I sec. a.C.), i vecchi poveri e inutili erano invitati (o costretti ?) a gettarsi nel Tevere. Delle epoche successive ci rimangono testimonianze riguardanti vecchi ricchi e potenti. La res pubblica romana era gestita da una oligarchia conservatrice, i cui senatori, ricchi proprietari terrieri, erano anziani. Nelle famiglie il pater aveva potere assoluto. Vivo era il culto degli antenati, le cui maschere di cera venivano conservate religiosamente in un armadietto della casa. I giovani mal tolleravano questa situazione familiare di dipendenza, dovevano mordere il freno, a causa di leggi molto severe, che punivano chi avesse maltrattato i vecchi genitori. Ciò spiega il successo di quelle commedie plautine, in cui il vecchio viene sbeffeggiato e deriso, unico modo, probabilmente, per esplicitare il malcontento dei giovani, repressi dalla autorità e dalla avarizia paterna. A partire dall’età dei Gracchi, tuttavia, i privilegi dei vecchi senatori diminuiscono per poi cessare con l’avvento dell’impero. Anche il potere del pater familias vacilla. In questo contesto si inserisce il De senectute di Cicerone , una sorta di difesa d’ufficio della categoria, in cui la figura del vecchio saggio e moderato si pone come custode della tradizione e della sacralità dello stato, che può essere invece minacciato dalla irruenza giovanile. Tale apologia della vecchiaia si colloca in un ambito fortemente ideologizzato ed è strumentale alla difesa della classe senatoriale conservatrice. L’analisi della condizione senile nelle varie epoche storiche, in Italia e in Europa nel primo millennio e nel Medioevo, documenta, con esasperante monotonia, la profonda divaricazione tra la vecchiaia di ricchi e poveri, colti e incolti, potenti e umili. Il benessere economico, la stabilità politica, la presenza di un forte stato di diritto rappresentano da sempre le garanzie migliori per una vecchiaia rispettata e protetta. Così avviene, per esempio, nelle nostre Repubbliche marinare . La ricchezza acquisita attraverso i commerci favorisce lo sviluppo della classe borghese. La proprietà si fonda sui contratti e non sulla forza fisica. Le leggi la garantiscono. Nella Serenissima Repubblica di Venezia il doge, subito dopo l’anno mille, viene eletto non dal popolo ma dalla nobiltà che detiene l’effettivo potere decisionale. Abitualmente viene scelto tra i più anziani, come, per esempio, alla fine del XII secolo il doge Dandolo che, ad ottantaquattro anni, cieco, si coprì di gloria, guidando le operazioni militari contro Costantinopoli. A novantasei anni rifiutò il trono dell’Impero d’Oriente e morì doge all’età di novantasette anni. Anche nella storia della Chiesa, l’età di elezione dei papi appare condizionata da circostanze esteriori: a periodi nei quali il potere è detenuto per lo più da papi giovani, se ne alternano altri in cui essi sono generalmente vecchi. Così , dopo il Concilio di Trento , la Chiesa si stabilizza, l’ influenza della Santa Sede si estende agli ordini religiosi, la Controriforma dota i papi di grande prestigio e pretende austerità di costumi. Si ritiene che un papa anziano dia maggiore affidamento di un papa giovane, le cui iniziative potrebbero essere destabilizzanti: non a caso, dopo il Concilio, su dieci pontefici, due furono eletti a cinquantacinque anni, tre a sessantaquattro, quattro a settanta e uno a settantasette anni, età che, considerato il periodo, erano tutte più o meno avanzate. Nel Seicento sono i giovani a detenere il potere. Tra i sovrani l’unica eccezione è rappresentata da Luigi XIV, il quale, anziano, manovrato a sua volta dalla vecchia Madame de Maintenon, prende parte attiva nel governo dello Stato. Gli adulti reggono la società con metodi autoritari. L’età media della vita è ancora molto bassa. Le contadine di trent’anni, sfinite dalla fatica e dalle gravidanze, apparivano come vecchie rugose e malandate. Persino i re, i nobili ed i borghesi non superavano, in genere, i cinquanta anni. La memoria, l’esperienza e soprattutto il censo potevano conferire qualche valore alle persone anziane; tra i contadini e gli artigiani persisteva qualche forma di rispetto familiare. Ma la vecchiaia in se stessa non ispirava alcuna considerazione e i vecchi poveri e inutili venivano di frequente abbandonati. In Inghilterra, devastata da una spaventosa miseria, si afferma, nella prima metà del Seicento, la classe dei puritani (piccoli proprietari, artigiani e soprattutto commercianti). L’ideologia trionfante era quella del lavoro. I poveri erano accusati di imprevidenza e di pigrizia, i vecchi erano considerati inutili, anche se il problema degli emarginati cominciava ad assumere rilevanza sociale: risalgono all’epoca i primi ospedali ed ospizi di mendicità. La religione comincia a predicare il rispetto della povertà e sollecita i ricchi a fare l’elemosina. Nel Settecento si sviluppano maggiormente le industrie ed il commercio; il miglioramento delle condizioni alimentari ed igieniche favorisce un allungamento della vita. Ma di esso beneficiano solo le classi privilegiate; i vecchi soli ed abbandonati dalla famiglia, secondo un copione già noto, trovano sostegno esclusivamente nella Chiesa ed in alcune organizzazioni di carità. L’Ottocento vede in Europa una straordinaria spinta demografica: la popolazione europea, che nel 1800 contava 187 milioni di persone, passa a 266 milioni nel 1850 ed a 300 milioni nel 1870. Il numero dei vecchi aumenta. Per molti di essi le condizioni di vita diventano estremamente sfavorevoli e in stretto rapporto con la rivoluzione industriale e il conseguente spopolamento delle campagne. I giovani trovano occupazione nelle città, i vecchi sopravvivono finché hanno la forza di coltivare la terra, ma, quando diventano inabili, il loro destino è segnato: vengono abbandonati negli ospizi e non infrequentemente soppressi. Scrive Simone de Beauvoir : " E’ impossibile sapere quale sia il secolo in cui le uccisioni, per violenza o maltrattamenti, dei vecchi genitori siano state proporzionalmente più numerose. La maggior parte sono rimaste sepolte nel silenzio delle campagne; ma, evidentemente, nell’Ottocento debbono essere state frequenti, se l’opinione pubblica venne a conoscerle e se ne inquietò" . Ed ancora : " Nell’Ottocento il contrasto tra la sorte dei vecchi sfruttati e quella dei vecchi privilegiati è più clamoroso che in qualunque altra epoca. Ex-operai ridotti all’indigenza ed al vagabondaggio, vecchi contadini trattati come bestie. I vecchi poveri si situano sul gradino più basso della scala sociale, mentre i vecchi delle classi superiori ne sono in cima" . Si afferma una nuova classe dirigente, costituita dalla grande borghesia (industriali, commercianti, proprietari terrieri, banchieri, funzionari, professionisti). In questa classe sono i vecchi, purché validi, a detenere il potere. Anche quando quest’ultimo passa nelle mani dei giovani, appare utile ripararsi dietro la figura rassicurante di un uomo d’età: egli rappresenta formalmente il prestigio della famiglia. Nel Novecento , a seguito dell’ urbanizzazione della società, si avvertono i primi segni di disgregamento della famiglia patriarcale. La transizione da una struttura e una cultura di tipo rurale-artigianale a un sistema urbano-industriale mette in crisi il tradizionale asse della famiglia, i vecchi schemi parentali entro i quali l’anziano si muoveva, e le espressioni di tipo corale, obbedienti al tipo di comunità chiusa e autosufficiente del passato. Il vecchio appare fuori gioco. Tra l’altro, lo sviluppo tecnologico e il flusso delle nuove conoscenze in perenne rinnovamento tolgono valore all’esperienza accumulata negli anni del lavoro. Le rivoluzioni ideologiche, la nascita del proletariato, l’aumento del numero dei vecchi, l’opportunità di mantenere l’ordine sociale, assicurando livelli di sopravvivenza per tutti i cittadini, portano alla definizione dell’istituto del pensionamento e quindi, per la prima volta nella storia, alla istituzionalizzazione della vecchiaia. L’aspettativa di vita, in questa prima parte del secolo, è ancora relativamente bassa, sicché il numero dei pensionati non è di tale entità da creare problemi agli istituti previdenziali, a fronte di un gettito contributivo consistente da parte delle generazioni attive. Subito dopo la seconda guerra mondiale , l’estensione del benessere a strati sempre più ampi della popolazione, la scomparsa del lavoro usurante, l'alimentazione più variata e abbondante e i progressi della medicina curativa e preventiva elevano sempre più la durata della vita, attuando la più grande trasformazione demografica che la società umana abbia mai conosciuto. Questo fenomeno non ha ancora subito rallentamenti: la durata media della vita, nei paesi sviluppati, si aggira attualmente sui settantacinque anni e raggiungerà gli ottanta nel prossimo decennio. L’Italia, in questa particolare classifica, è seconda soltanto al Giappone e alla Svezia. Le proiezioni indicano che, nel prossimo ventennio, si osserverà un considerevole aumento dei cittadini anziani, in particolare degli ultraottantenni . Gli antropologi ci hanno fornito testimonianze su molte popolazioni vissute agli antipodi della terra: gli Zanda del Sudan, i Lele del Congo, i Tiv della Nigeria, i Kikuyu del Kenia, i Miao della Thailandia, i Mende della Sierra Leone, i Lepcha dell’Himalaya, i Thai della Birmania, i Cuna dell’America Latina, ed altre ancora. Le usanze di questi popoli, riportate da Simone de Beauvoir nel suo saggio "La terza Età", sono sovrapponibili a quelle in precedenza descritte. In conclusione. Sembra evidente che la condizione dell’anziano dipende soprattutto dal contesto sociale: è il sistema dei valori che definisce il significato della vecchiaia e svela, senza equivoci, la vera essenza dei principi e dei fini di ciascuna società.

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Tempo libero e solitudine

È un dato positivo, senza dubbio, che le conquiste scientifiche, sociali ed economiche dell'ultimo secolo abbiano modificato radicalmente anche le abitudini dell'uomo, consentendogli, sin dalla giovane età, di ridurre il tempo destinato all'attività produttiva a vantaggio del cosiddetto tempo libero e delle varie iniziative volte a fame un uso adeguato. Si osserva, a questo proposito, che la nostra cultura di paese occidentale si fonda in prevalenza, ancora, su valori legati alla produzione e al lavoro e che la stessa esistenza dell'individuo è valutata eccessivamente in termini di capacità produttiva.

Da questo punto di vista può accadere facilmente che le ore conquistate in favore del "tempo libero" grazie al miglioramento della organizzazione sociale, finiscano con il costituire, paradossalmente, un problema per lavoratori e pensionati, quando non siano stati preparati ad una proficua utilizzazione dello stesso. In campo pedagogico costituisce un fenomeno rivelatore di tale realtà il cosiddetto "tempo liberato" delle persone anziane, nella particolare accezione di tempo liberato dal lavoro come condizione imposta e necessaria, che rischia, tuttavia, di diventare spesso un tempo di "forzata inattività" per la perdita, da parte dell’anziano, del suo ruolo produttivo e per l'incapacità di vivere la propria età libera in maniera utile e creativa . Il tempo libero, quindi, concepito come tempo liberato dal lavoro, può risultare tempo vuoto in grado di favorire nella terza età un processo graduale di isolamento e di solitudine. Si potrebbe rilevare, a chiusura di tale argomentazione, che non sarebbe tanto da temere l’assenza del lavoro, quanto la mancanza di una qualsivoglia attività, essendo questa - e non il lavoro - uno dei bisogni fondamentali dell'uomo. La persona anziana, infatti, che si mantiene attiva ed operosa può trovare nuovi incentivi e ruoli interessanti anche nell'età post-lavorativa, appagando così il proprio desiderio di vita utilizzando sempre strategie inedite per adattarsi ai repentini mutamenti sociali ed esistenziali della nostra epoca . Dalle brevi considerazioni che sono state preposte al tema centrale di questa riflessione risulta piuttosto evidente che il tempo libero degli anziani è, nella maggioranza dei casi, una parola neutra che può indicare, a seconda dell'uso che si riesce a farne, una circostanza di emarginazione, di confinamento, cioè, ai margini della società, oppure un'opportunità favorevole di recupero e di sviluppo antropologico. In questa seconda ipotesi la disponibilità di tempo libero può diventare una occasione propizia, una via per un nuovo approccio educativo, essendo l'anziano privo di punti di riferimento istituzionali ed incluso in una condizione, quella senile, contrassegnata spesso dall'inattività e dalla solitudine che sollecitano la riflessione pedagogica circa possibili interventi attivanti e occupazionali. Infatti ci si riferisce, nel caso dell'anziano, al tempo libero di ogni ora e di ogni giorno, al tempo libero quotidiano e permanente, che non può confondersi, ovviamente, con l'altro tempo libero, quello di chi lavora o studia, occasionale o ricorrente, meglio definito come tempo di vacanza. Inattività e solitudine, pertanto, possono considerarsi la frequente conseguenza del tempo libero permanente, quello di ogni giorno, che molto spesso non è tempo di vita partecipata, ma tempo libero in quanto liberato dal lavoro e, con esso, da compagnie, relazioni sociali, affetti. La cosiddetta "età libera" è ancora il patrimonio di pochi predestinati, mentre per i più è tempo vuoto, è la stagione del nulla, è solitudine, esclusione da ogni partecipazione collettiva, annullamento dell'individualità. La vita personale dell’anziano è troppo spesso ridotta a poche, minime attività prive di contenuto sociale, la cui validità non è ratificata, per di più, dalla fascia più ampia dei giovani e degli adulti socialmente attivi. E allora questo dono del tempo libero che la società regala all'anziano fuori ruolo, questa età del riposo assoluto o, come si usa dire, della meritata quiescenza, sembra non essere altro, paradossalmente, che una sorta di pietosa ipocrisia, liberatrice forse dal senso di colpa di cui la coscienza collettiva soffre per l'espulsione coatta dell'individuo dal campo del lavoro e, quindi, dalla vita attiva. Il tempo libero offerto al vecchio, come è stato detto, è un tempo di forzata inattività nella grande maggioranza dei casi, ragione frequente di emarginazione sociale e di solitudine. Un connotato comune della condizione senile è, infatti, proprio la solitudine che, fatalmente, consegue a tutta una serie di eventi che vanno dalla vedovanza alla cessazione dell'attività lavorativa, dalla perdita progressiva dell'autonomia alla lontananza dei figli, che, è evidente, può essere geografica o anche semplicemente affettiva. La solitudine dell’anziano non si identifica, comunque, con la condizione o lo stato di chi vive da solo o appartato. Per tale situazione sembra sensato preferire il termine isolamento che indica meglio la condizione di chi, spontaneamente o costretto da cause esterne, vive isolato, appartato dagli altri, ma non è necessariamente privo di affetti o amicizie, di appoggi, di persone che l'aiutino o l'assistano. Quando il resto della vita si compie in isolamento, tanto per fare un esempio, per scelta personale e volontaria, come nel caso dell'anacoreta, non si può certo parlare di solitudine nel senso negativo che si attribuisce a questo termine in questo contesto. Allo stesso modo non sembra appropriato usare tale espressione nel caso non frequente di persone anziane che vivano da sole per loro elezione, ma conservando volontà e capacità di mantenere vivi i loro rapporti interpersonali ed il calore degli affetti. Solitudine è, soprattutto, sentirsi soli e inutili; questo può accadere a chi vive isolato ed appartato, non per scelta propria, ma per condizione imposta dagli organismi sociali, economici e culturali del proprio complesso antropologico. In questo senso è evidente che possono soffrire di solitudine, sentirsi soli, anche i vecchi che, pur vivendo in famiglia o in qualche comunità di tipo assistenziale, sono comunque ricusati dall'ambiente o non più approvati dalla collettività. Non stupisce che tale situazione possa verificarsi anche in famiglia e non soltanto, come sembrerebbe più prevedibile, negli ospizi, nelle case di riposo o nelle varie strutture protette. La solitudine, infatti, non risparmia nemmeno gli anziani che, pur inseriti in nuclei familiari numerosi, sperimentano paradossalmente l'isolamento affettivo e l'emarginazione quando la convivenza con i congiunti crea problemi e frustrazioni reciproche. Dalla parte dell’anziano, come del bambino, c'è, infatti, un bisogno continuo e pressante di affetto ed una costante esigenza di comunicazione che non trovano sempre corrispondenza nei membri giovani e adulti della famiglia. Nella maggioranza dei casi figli e nipoti non sono in grado di dare una risposta ad alcuni bisogni esistenziali del loro congiunto che può finire per sentirsi un estraneo e quasi un intruso nel contesto affettivo familiare. Comunque è evidente che la risposta ai problemi dell'anziano non può risiedere soltanto nell'organismo familiare che, nella società odierna, non ha più le caratteristiche né i presupposti perché il vecchio possa ancora estrinsecarvi pienamente la sua personalità e soddisfare in esso le proprie esigenze di vita, di relazioni interpersonali, di partecipazione. Di qui la necessità, e l’urgenza, di educare la società in generale, oltre che l'individuo e la famiglia, allo scopo di favorire la caduta di quei pregiudizi che sempre più relegano l'anziano nel limbo dell' incomprensione e della solitudine, ma, soprattutto, il riconoscimento e la valorizzazione, anche in termini economici , della ricchezza di esperienze e di abilità di cui egli è portatore. Si potrebbe obiettare, a questo proposito, che il senso di solitudine, questo sentirsi solo e abbandonato, non ha età in quanto è anche nella natura del giovane e dell'adulto che in alcune circostanze, per certe difficoltà connesse alla evoluzione della loro personalità, sperimentano situazioni di angoscia e di abbandono non dissimili da quelle del vecchio. È risaputo, del resto, che sentirsi solo, respinto e abbandonato può configurarsi come una delle angosce più opprimenti che possano colpire un essere umano, giovane o vecchio che sia. La solitudine del giovane, comunque, quando non sia di segno psicopatologico, è spesso una condizione esistenziale transitoria, frutto di un momentaneo smarrimento o di una ribellione impulsiva. L'anziano, invece, per un concorso di cause quali certi pregiudizi, l'ignoranza, l'indifferenza e, talora, anche la protervia degli altri, la vive sempre come una situazione finale, di arrivo, quasi naturale ed obbligatoria. E ciò nonostante è dato spesso di osservare che gli esseri umani, avviati a percorrere l'ultimo tratto del loro arco biologico, fanno tutto quel che possono per essere accettati, per non vivere separati, per non avere la sensazione di essere respinti dagli altri, confinati nell’angoscia della solitudine e dell'abbandono. A questo punto, forse, sarebbe opportuno dare una dimensione alla gravità del fenomeno cercando di stabilire, con sufficiente approssimazione, il numero dei vecchi che vivono in solitudine, specie nell'età più alta che è anche la più ricca di bisogni. Non risulta facile disporre di dati statistici recenti circa la consistenza numerica di tale evenienza e tanto meno è agevole raccogliere informazioni sulle condizioni di vita nella fascia di anziani che vivono soli. Dalle poche indagini che sono state comunque condotte si può desumere che il numero degli anziani soli sia piuttosto rilevante e destinato per di più al continuo incremento per l'inarrestabile processo di inurbamento delle popolazioni rurali e per la nuclearizzazione della famiglia odierna. Se si prende in esame la fascia degli ultra sessantacinquenni possiamo calcolare, sulla base dei dati riportati in letteratura, che circa il 40% non mantiene alcun rapporto con i figli e che la metà di essi vive completamente sola . Sia da noi che all'estero, comunque, la vecchiaia solitaria è un problema massimamente femminile, vuoi perché la spettanza di vita è dappertutto maggiore nella donna e vuoi perché è un fatto di costume un po’ dovunque che l'uomo sposi una donna più giovane. La vedovanza e la solitudine, quindi, si ascrivono più alla donna che sopravvive generalmente al marito più anziano e biologicamente più fragile. Secondo il censimento del 1971 , quindi già trent’anni fa, più della metà delle donne italiane ultrasessantenni viveva in condizione di solitudine in quanto composta da vedove (42%) o nubili (16%). Qualche altra cifra evidenzia una situazione difficile anche nelle zone rurali dove, contrariamente all'opinione comune, il 40% degli anziani, uomini e donne, vive solo e per di più, secondo dati di comune osservazione, in un ambiente meno fornito di servizi sociali e sanitari rispetto alle città . In queste, comunque, la situazione non si presenta meno disagevole per l'individuo anziano che è costretto a condizioni di vita difficili e malsicure per tutta una serie di circostanze tra cui predominano la mancanza di spazi verdi, i ritmi di vita accelerati, il traffico, l'inquinamento e, soprattutto, l'inconsistenza dei rapporti umani che fanno sentire il vecchio più solo ed isolato, per assurdo, proprio quando fa parte di quei grandi formicai umani che sono le megalopoli. In uno studio di qualche anno fa la de Beauvoir, occupandosi di tale argomento, riferiva che in un popoloso quartiere parigino superavano il 30% le persone anziane che avevano interrotto qualsiasi rapporto sociale, non ricevevano mai una lettera, non accettavano visite, non conoscevano più nessuno e, al massimo, "scambiavano tre parole al giorno con la panettiera all'angolo della strada, da cui acquistavano pane, latte e qualche altro genere alimentare per sopravvivere" . La solitudine del vecchio nelle grandi città si è inoltre aggravata, in questi ultimi anni, con l'aumento della violenza e della criminalità, di cui gli anziani sono spesso le vittime indifese, come dimostra un'indagine condotta abbastanza recentemente a Corviale, un popolare sobborgo romano. Tra le altre situazioni di estremo disagio messe in evidenza risulta che gli anziani soli non si fidano più di uscire di casa nemmeno nelle ore del pomeriggio, non vogliono ricevere visite di alcun tipo e non aprono assolutamente la porta a chicchessia, neppure all'assistente sociale, benché ne riconoscano la voce. Il quadro che ne risulta è abbastanza triste ed inquietante se pensiamo che queste persone delle grandi città, soli o a coppie, finiscono con il rinchiudersi nella loro casa dove li attendono lunghe e interminabili giornate di inattività e solitudine. Ma neanche la solitudine a due è migliore, in quanto le coppie, generalmente, si mantengono escluse dalla società in maniera più ermetica dei singoli. Nelle grandi città sono più numerose di quanto normalmente si crede le coppie di vecchi coniugi, segregate fra le mura domestiche, che vagano per la casa nella migliore delle ipotesi indementiti, disperati e depressi nella peggiore. Il progressivo restringersi delle relazioni sociali, infatti, non può essere senza conseguenza sulla salute mentale dell'anziano. Ci sono svariati studi a questo proposito, tra cui uno di Loewenthal del 1945, sul mutare dei valori dopo la grande guerra, e un altro, molto noto e più recente, di Barocci , del 1993, sull'influenza dell'isolamento sociale nei riguardi delle malattie mentali. Questo autore avrebbe dimostrato che la solitudine si trova spesso alla base di molteplici stati di confusione mentale nel soggetto senile e, inoltre, di altre turbe psichiche definite genericamente come "indebolimento mentale". L'abitudine all'isolamento, durante il corso della vita, non porta necessariamente nella vecchiaia a disordini mentali, mentre, com'è noto, l'isolamento che non avviene per scelta, quello subito per motivi socio-economici o per malattia cronica, può agire da fattore scatenante di disturbi psichici. Per esempio, secondo alcuni psicogeriatri, la solitudine e l'inattività che conseguono al pensionamento, agendo sulla base di conflitti esistenziali non risolti nell'età adulta, potrebbero essere causa di ulteriore disadattamento nell'età senile. E’ evidente la necessità che, ai fini dell’igiene mentale dell’anziano, vengano studiati interventi geragogici atti a prevenire isolamento e inattività e, sempre a tale fine, a promuovere le varie attività di tempo libero, sia di tipo relazionale che occupazionale . Anche gli attuali servizi socio-sanitari possono fornire, certamente, un contributo importante in tale funzione preventiva, ma possono servire soprattutto, è evidente, a migliorare i rapporti tra gli anziani e chi istituzionalmente si occupa di loro e, soprattutto, tra anziano e se stesso, tra anziano e giovani al fine di ridurre le aree di conflittualità tra le generazioni che, per forza di cose, tende all’ esclusione o alla sopportazione del vecchio. Il tempo liberato dal lavoro, della quiescenza, del post pensionamento, nelle società più industrializzate, rischia di rivoltarsi proprio contro l’uomo che dovrebbe goderne. In questo senso, al di là degli interventi istituzionali che riguardano la sfera socio-economica, medica, per chi, a vario titolo di occupa di educazione, questo momento dell’esistenza umana suggerisce di studiare questa età da prospettive diverse. Sino a poco tempo fa venivano messi in risalto gli aspetti fisio-psicologici; molto probabilmente l’educazione al vivere questa fase dell’esistenza umana sarà uno dei compiti principali della pedagogia o della geragogia o dell’andragogia che dir si voglia, comunque pedagogia della terza età. Si tratterà di educare i singoli e tutto il complesso antropologico alla accettazione pacifica di questa età, come una delle varie tappe della vita umana e, soprattutto, alla valorizzazione della condizione post lavorativa e senile con i suoi limiti e i suoi vantaggi. Certamente si dovrà ripensare il tempo libero, educare a pensare il proprio tempo libero come ulteriore occasione di vita, di apprendimento e di impegno, come antidoto alla solitudine. Il vivere insieme significa anche trovare interessi comuni, che possono anche non essere esclusivamente “culturali”, nel senso comunemente inteso, e implicare varie attività tra le quali la caccia, la pesca, la micologia, la coltivazione di piccoli appezzamenti di terra o di un giardino. E’ scientificamente provato: coltivare la terra mantiene giovani le persone di una certa età. Alcuni studiosi di geriatria affermano, infatti, che questa attività non solo aiuta le persone anziane a sentirsi attive, ma aumenta anche le loro difese immunitarie, rallenta il declino psicofisico e regolarizza il ciclo veglia-sonno. La gestione e la coltivazione di un orto costituisce un modo per vivere all'aria aperta, fare attività motoria , oltre a essere occasione di aggregazione per il tempo libero e sostegno economico per le famiglie. Del resto molti degli anziani che vivono oggi nelle città possono aver subito quell’inurbamento che li può aver distaccati, più o meno drasticamente, dall’ambiente rurale caratteristico magari della gioventù, creando in loro un certo disorientamento e una forte esigenza di ritrovare un contatto diretto con l’ambiente. A volte basta anche un fazzoletto di terra, per tenere lontano l’anziano da quella solitudine che colpisce spesso in terza età e che, in alcuni casi, può portare alla depressione se non al vero e proprio deterioramento psicofisico. Un'indagine dell'Istat ha scoperto che il oltre il 50% degli anziani ha grande interesse per il giardinaggio . Purtroppo non tutti hanno la possibilità di esercitare questa passione; soprattutto chi abita nei centri cittadini, ha notevoli difficoltà ad acquistare un " pezzetto di terra". Esistono all’interno e nelle periferie delle grandi città, terreni demaniali, ai lati delle ferrovie di proprietà dei comuni e delle province. Di qui l’opportunità di interventi delle amministrazioni comunali e provinciali che ne disciplinino l’uso. Si tratterebbe, in fondo, di attuare una gestione più efficiente del pubblico patrimonio.



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Cenni di storia della medicina della terza età

Sino dai tempi più antichi l'uomo è vissuto nella consapevolezza che si potesse e dovesse "fare qualcosa" per allungare la durata della vita. Omero, Ippocrate e soprattutto Cicerone , dettano o suggeriscono norme igieniche che si propongono di insegnare a raggiungere il traguardo di una vita longeva e in buona salute. L'arte di invecchiare bene dovrebbe diventare l'ambito corredo di ogni uomo, l'equipaggiamento necessario a ciascuno per concludere la vita da "vincitore". E’ l’obiettivo a cui tendere fin dalla prima giovinezza e da non perdere di vista nel corso dell’età adulta e presenile, anche se non può essere trascurata la molteplicità dei fattori di rischio in grado di intervenire nel processo d'invecchiamento, come agenti acceleranti e di spinta, che con la loro variabilità rendono la senescenza un fenomeno estremamente individuale ed eterogeneo.

Il primo accenno a una medicina della vecchiaia si trova nella testimonianza dello scriba egiziano Ptah-Hotep , risalente al 2500 a.C. e contenuta nel Papiro di Smith. Esso contiene una impietosa descrizione dell’età senile: "Come è penosa la fine del vecchio! S’indebolisce un po’ per giorno: gli si abbassa la vista; gli orecchi diventano sordi; la forza declina; il cuore non ha più riposo; la bocca diventa silenziosa. Le facoltà intellettuali diminuiscono e gli diventa impossibile ricordare oggi ciò che è accaduto ieri. Tutte le sue ossa dolgono. Le occupazioni a cui si dedicava prima con piacere diventano faticose, e quel che avevano di piacevole sparisce. La vecchiaia è il peggior malanno che possa affliggere un uomo". Nel papiro di Ebers , Imhotep, predecessore spirituale di Ippocrate, dedica un lungo paragrafo ai problemi dell’invecchiamento e, tra le patologie senili, sottolinea la tortuosità e la calcificazione delle arterie, nonché la tendenza allo sfiancamento del cuore. Ippocrate , vissuto ottantatre anni, dal 460 al 377 a.C., fu il primo a paragonare le tappe della vita umana alle quattro stagioni dell’anno: la vecchiaia era naturalmente l’inverno. Egli fece propria la teoria pitagorica dei quattro umori: sangue, flemma, bile gialla e atrabile. Nel libro degli Aforismi raccolse molte osservazioni sulle malattie dei vecchi: "Hanno bisogno di meno nutrimento dei giovani. Soffrono di difficoltà respiratorie, di catarri che provocano accessi di tosse, di disuria, di dolori alle articolazioni, di malattie dei reni, di vertigini, di apoplessia, di cachessia, di prurito diffuso, di torpori. La vista e l’udito si abbassano." Aristotele, vissuto dal 384 al 322 a.C., nel trattato Della giovinezza e della vecchiaia, della vita, della morte e della respirazione, basato più sulla speculazione che su osservazioni scientifiche, affermava : " Il corpo invecchia perché diventa secco e perché si riduce l’innato calore, come una fiamma che piano piano si estingue". Passando dalla medicina greca a quella romana, osservazioni sulla vecchiaia sono contenute nel trattato De medicina di Celso , vissuto nel I secolo d.C. Tra queste sono interessanti quelle relative alla prognosi delle malattie, che hanno un decorso più sfavorevole nell’anziano. A proposito dell’ictus, Celso annota "(…) qualunque arto risulti paralizzato, il recupero è tanto minore quanto più anziano è il paziente e quanto più tempo è trascorso". Areteo di Cappadocia (II secolo d.C.), nel suo Le cause ed i sintomi delle malattie ampliò queste osservazioni. Descrisse le manifestazioni del tetano nell’anziano, della polmonite con pleurite, dello scompenso cardiaco. Si soffermò sulla apoplessia, intravedendo il principio dell’incrociamento delle vie nervose motorie, in virtù del quale alla lesione di un emisfero cerebrale consegue la paralisi degli arti del lato opposto. Nel Canone annotava : "I vecchi hanno bisogno di dormire a lungo, di stimolare le facoltà sensitive profumandosi, di praticare l’esercizio fisico e di camminare molto, di mangiare poco e spesso, evitando cibi scarsamente digeribili ed irritanti, quali i piatti conditi con molto sale, aceto, erbe aromatiche e spezie(… )Poiché gli anziani soffrono di costipazione, l’intestino va mantenuto pulito, ma non usando forti clisteri, bensì delicati rimedi oleosi(…)" Non c’è dubbio che i suoi precetti, oggi nel Duemila, sono ancora perfettamente condivisibili. Galeno , vissuto dal 131 al 201 d.C., è considerato il più grande medico dell’antichità. I suoi precetti furono seguiti in tutti i secoli a venire, fino al 1700. Egli considera la vecchiaia come qualcosa di mezzo tra la malattia e la salute. Seguendo in parte le teorie di Ippocrate e quelle di Aristotele egli afferma che il corpo del vecchio deve essere riscaldato ed umettato : consiglia bagni caldi, bere vino e praticare attività fisica. Non si registrano novità sul piano concettuale e sul piano pratico per oltre un millennio. Anche Avicenna (980-1037), quantunque nell’indagare le cause dell’invecchiamento sembrasse impegnarsi nella ricerca di efficaci rimedi, non si discostò dalle riflessioni dei suoi predecessori. Così pure Moses Maimonides, vissuto dal 1135 al 1204. Gli studi sulla vecchiaia vennero quindi ripresi da Ruggero Bacone (1214-1292). Egli sostenne la teoria del soffio vitale e consigliò di seguire un regime alimentare a base di carne, vino, rosso d’uovo e legumi. Fu il primo ad aver l’idea di correggere la vista con lenti di ingrandimento, che infatti si cominciarono a fabbricare in epoca immediatamente successiva. Arnaldo da Villanova (1235-1311), alchimista-mago-astrologo più che medico, consigliere di Bonifacio VIII, scrisse il De conservanda Iuventute. Rifacendosi ancora alle teorie classiche del raffreddamento e del disseccamento del corpo, affermava che la vecchiaia va combattuta con bagni, vino e cibo in abbondanza. Prescrisse un trattamento preventivo da ripetere ogni sette anni, basato sulla vipera scuoiata, l’ambra, il corallo e droghe varie. Fondamentale per Arnaldo era l’uso della tintura alcolica di pietra filosofale, a base di oro. Innovativo, da un certo punto di vista, fu Paracelo, vissuto nel XVI secolo,, che considerò l’uomo "un composto chimico" e ritenne che la vecchiaia fosse il prodotto di una autointossicazione. Meritano di essere citate, in questo secolo, le osservazioni di Leonardo da Vinci , che esegui molteplici autopsie di soggetti molto anziani e si dedicò alla loro osservazione in vita, sia dal punto di vista estetico che medico. Francesco Bacone (1561-1626), precursore del metodo sperimentale, pur essendosi occupato della vecchiaia, ricade su concetti tradizionali, affermando la presenza in ciascuna parte dell’organismo di uno spirito o "corpo pneumatico" che ne consente il funzionamento. Più originale è Gabriele Zerbi (1445-1505) che, nel libro "Gerontocomia", pubblicato a Roma nel 1489, afferma che, stimolando le parti indebolite se ne può ravvivare la funzione. Si può considerare pertanto un precursore della moderna riabilitazione. La filosofia riabilitativa trova la sua massima espressione in Gerolamo Mercuriale (1530-1606) che, nel De arte Gymnastica (1577), descrisse minuziosamente e con spirito critico i vari esercizi ginnici, con relative indicazioni e controindicazioni, effetti vantaggiosi e possibilmente nocivi. Altri italiani che si dedicarono agli studi sull’invecchiamento furono Marsilio Ficino (1433-1499), David de Pomis (1552-1660) e Giorgio Baglivi (1668-1706), con risultati, in verità, non particolarmente originali. Il secolo XVIII vede la affermazione definitiva del metodo sperimentale. Si stabiliscono così relazioni più precise tra le alterazioni degli organi, riscontrate sul cadavere, e le patologie dei vecchi: spiccano, in questo contesto, le opere del Morgagni, eccelso anatomista. Alla fine del 1700 ebbe particolare fortuna un’opera intitolata Macrobiotica, di Christoph Wilhelm Hufeland (1762-1836), professore di clinica medica a Jena. Hufeland, sostenitore della vaccinazione jenneriana, venne nominato medico reale nel 1800 ed ebbe tra i suoi pazienti personaggi illustri, quali Goethe e Schiller. Per prolungare l’esistenza e vivere in buona salute, l’autore consigliava l’accurata igiene del corpo, con un bagno completo almeno una volta alla settimana, la cura dei denti da effettuarsi con spazzolino e dentifricio; consigliava di dormire non superando le otto ore e molto moto all’aria aperta per almeno un’ora al giorno. Cogliendo l’importanza dell’aspetto psicologico, affermava che quanto più si conduce una vita attiva e serena, tanto maggiori saranno le possibilità di raggiungere una età avanzata. Contemporaneo di Hufeland fu George Cheyne che, nel trattato An essay on health and long life pose l’accenno sui danni derivanti dalla smodata assunzione di cibo e dalla mancanza di attività fisica. Nel 1800 Domenico Antonio Mandini pubblicò un’opera ricca di intuizioni originali dal titolo La vecchiezza. Sottolineava l’importanza della ereditarietà, affermando che il dono di invecchiare si deve in gran parte alla salute dei genitori; indicava nell’indurimento delle arterie una delle cause dell’invecchiamento; invitava, infine, alla moderazione, come regola igienico-morale fondamentale per una "prosperosa vecchiezza" e a prepararsi alla vecchiaia fin da adulti. Nel 1804 John Sinclair, nel suo trattato in quattro volumi Code of health, compendiò tutte le opere sull’invecchiamento fino a quel momento note. Nel 1817 Anthony Carlisle si soffermò sui problemi chirurgici dei soggetti anziani, sottolineando che "le operazioni troppo rischiose non devono essere praticate nei vecchi, a causa della riduzione della loro vitalità". Un vero e proprio salto di qualità nella conoscenza delle patologie degli anziani si compie tuttavia soltanto con Jean Martin Charcot. L’ospedale parigino da lui diretto, La Salpetrière, era il più grande ospizio d’Europa e accoglieva oltre duemila vecchi. Charcot, neurologo, psichiatra e grande clinico, affrontò la patologia dei vecchi in modo nuovo ed anticipatore, vedendo la geriatria come una branca della medicina dotata di una propria identità e specificità. Nelle sue famose Leçons cliniques sur les maladies des vieillards et les maladies chroniques, pubblicate a Parigi nel 1866, sostiene infatti che "(…)l’importanza di uno studio specializzato delle malattie dei vecchi non può oggi essere contestato da nessuno". Sempre nella seconda metà dell’800 grande risonanza hanno gli studi e le terapie proposte da Brown-Sequard (1817-1894), basate sulla somministrazione di estratti testicolari, di cui si riferisce in altra parte di questo sito (disfunzione erettile). Queste ricerche ebbero successivamente epigoni in Voronoff (1867-1951), che suggerì il trapianto di testicoli di caprone e in Steinach (1862-1944), che praticò, allo scopo di incrementare la secrezione di testosterone, la vasectomia, definita la "Voronoff dei poveri". L'idea base dell'operazione di Steinach era quella di sopprimere la capacità fecondativa, eliminando la eiaculazione, e quindi orientando la produzione di ormoni sessuali all'interno del corpo umano. Analoga operazione, con legatura delle tube di Fallopio, fu effettuata anche nelle donne, ma con minore convincimento. Il dottor Harry Benjamin di New York praticò oltre mille interventi, vantando il 75% di successi dopo un periodo di sei anni di osservazione. Nel 1933 compare il trattato di Giuseppe Levi, Alberto Pepere e Gaetano Viale sulla Fisiologia della vecchiaia. Gli autori elencano tutte le abitudini ed i comportamenti che possono accorciare la vita : l’eccesso di alcool, la soverchia nutrizione, il tabacco, l’abuso sessuale, la sudiceria, l’ambizione, l’avarizia, la collera, la vanità, l’ozio, la stitichezza e l’insonnia. Il consiglio di evitare la stitichezza, raccomandazione tuttora viva nella cultura popolare, era sostenuta dalla convinzione che, mantenendo l’intestino libero, si sarebbe impedito l’eventuale assorbimento di prodotti della putrefazione. Notevole influenza ebbero, a questo riguardo, le teorie di Elia Metchnikoff (1845-1916), il quale sosteneva che l’invecchiamento è una malattia da tossine intestinali e non un processo fisiologico. Sarebbero i batteri e le loro tossine i responsabili della vecchiaia precoce : per questo suggeriva una alimentazione con latte fermentato e yogurt che, acidificando l’ambiente intestinale, avrebbe contrastato l’attività dei germi della putrefazione. Le vendite di yogurt nel primo decennio del '900 registrarono una colossale impennata. Precursore di vedute riprese in tempi moderni fu il fisiopatologo Alexander Bogomeletz (1881-1946), che elaborò la teoria del siero antireticolocitario citotossico; in pratica egli sosteneva che, in piccole dosi, il siero antilinfocitario fosse in grado di stimolare la produzione di sostanze di difesa da parte dell’organismo, precorrendo le attuali vedute sul deficit immunologico nell’organismo senile . Padre della Geriatria, come branca medica autonoma, deve tuttavia essere considerato l’americano Nasher, che, dopo lunga esperienza clinica, nel 1914 pubblicò un Trattato sulle malattie dei vecchi e fondò a New York la Associazione Americana di Geriatria. Siamo in pratica giunti ai nostri giorni. La ricerca scientifica, grazie alle moderne tecnologie, ha compiuto, e compie ogni giorno, passi da gigante. Molte scoperte riguardano l’invecchiamento e le patologie a carattere cronico-degenerativo, tipiche dell’età senile. Questo fervore di studi non meraviglia affatto, considerando l’esplosione demografica della popolazione anziana e i conseguenti problemi che essa pone alla società industrializzate.



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  Premessa      Anziani in cifre      La vecchiaia nella storia dell'uomo     Tempo libero e     solitudine        Cenni di storia della medicina della terza età       Horticultural Therapy   Orti urbani           Progetto recupero aree XIX Municipio        Conclusione         Allegati  


Horticultural Therapy

“Occuparsi della terra e delle piante può conferire all’anima una liberazione e una quiete simili a quelle della meditazione” . Questa intuizione, a cui erano giunti anche i nostri avi, sta alla base di moderne cure antistress, e per il recupero fisico e mentale, che vanno sotto il nome di ortoterapia.

Il contatto con la natura è, per la maggior parte degli abitanti delle città, un privilegio raro. Intravedere una pianta fiorita, un albero che resiste coraggiosamente all’inquinamento, un terrazzo ricco di vegetazione è un evento che cattura lo sguardo e fa sentire meglio. Accade la stessa cosa quando si ha l’occasione, e la volontà, di trascorrere un periodo, anche breve, in campagna. Passeggiare nel verde, avvertire il profumo della terra e dell’erba, delle sfumature di colore che provengono da un prato, sempre diverse a seconda della stagione, fanno star bene, quasi siano essenziali per il nostro equilibrio psicofisico. A molti sarà capitato di sentirsi più rilassati dopo una passeggiata nei boschi o solo nei parchi urbani o tra gli orti presso le abitazioni rurali: le piante, è stato dimostrato, hanno una azione terapeutica. In tutte le civiltà antiche gli alberi erano considerati ricchi di grande potere benefico. In alcune tecniche terapeutiche orientali, come nel Qi Gong cinese, si prescriveva di abbracciare un albero per ottenere, da esso, sostegno energetico, oltre che un contatto rassicurante. Nel medioevo, i monaci, crearono spesso giardini nei luoghi di degenza, affinché i malati si distraessero e superassero i momenti di depressione, legati alla malattia, passeggiando tra le aiuole e i sentieri degli orti. Il contatto col mondo vegetale susciterebbe, quindi, sensazioni ed emozioni che avrebbero anche un valore terapeutico. Oggi sono indagate dalla scienza che si occupa di questa forma di cura che agirebbe tramite l’interazione, anche solo visiva, con la natura. Si basa sul presupposto, dimostrato da varie ricerche scientifiche, che la vista di un paesaggio verde diminuisce il livello di stress in un individuo e ne migliora l’umore. Questo è quanto sostiene anche il Prof. Roger Ulrich, dell’Università del Texas, responsabile del Center for Healt Systems and Design Collages of Architecture and Medicine: prendendo due gruppi di pazienti, il più possibile omogenei tra loro in quanto a età, patologia e peso corporeo, si è verificato come il gruppo che godeva di una “vista verde” si riprendesse molto più rapidamente dall’operazione chirurgica essendo meno stressato e carico psicologicamente. Secondo gli esperti gli ospedali dovrebbero, quindi, aumentare le aree verdi, riprendendo la struttura delle case di cura ottocentesche ricche di giardini. In quel periodo veniva, infatti, riservato alle piante un ruolo importante perché c’era la consapevolezza, pur in assenza di prove scientifiche, del loro effetto positivo sull’uomo e sugli animali. Agli inizi degli anni ’90 arriva in Italia l’ortoterapia, traduzione della collaudata disciplina anglosassone Horticultural Therapy, che promette effetti benefici sui pazienti affetti da disturbi fisici e psichici grazie al contatto con la natura. Tradotta in italiano suona come “terapia assistita con le piante”. La Horticultural Therapy promuove l’orto - giardinaggio come attività di sostegno alle cure mediche tradizionali per la prevenzione ed il recupero di varie forme di disagio. La sua peculiarità consiste nel poter essere praticata a casa, in giardino o nelle strutture per la coltivazione delle piante annessi agli ospedali, agli istituti di riabilitazione e alle case di riposo . A scoprirne per primo gli effetti benefici sul finire del 1700 fu il padre della psichiatria americana Benjamin Rush, che osservò come i suoi pazienti, dedicandosi all’ orticoltura e al giardinaggio, riuscivano a superare alcuni tipi di handicap su cui la normale medicina non otteneva risultati . Alcune ricerche vennero pubblicate anche nel secolo successivo, ma solo a partire dal secondo decennio del Novecento vennero messi a punto, con criteri scientifici, programmi volti alla riabilitazione di persone segnate da traumi fisici e psichici. Negli anni Cinquanta la Michigan State University inserì nella propria offerta didattica un master in Horticultural Therapy e nel 1971 la Kansas State University offrì il primo undergraduate nella medesima disciplina. Due anni dopo nacque infine l’American Horticultural Therapy Association (AHTA), che tutt’oggi promuove a livello internazionale lo sviluppo dell’orticultura e di tutte le attività ad essa connesse quali strumenti terapeutici e riabilitativi . L’ortoterapia punta sull’innata affinità dell’uomo verso la natura per favorire il recupero del benessere fisico e psicologico. Prendersi cura di organismi vivi, da soli o in gruppo, favorisce il senso di responsabilità ed è un’occasione per socializzare le proprie esperienze; sollecita l’attività motoria, aiuta a vincere il proprio isolamento e l’impressione di essere inutili. Considerata strumento prezioso nel supporto di portatori di handicap fisici degli anziani, è consigliata anche a chiunque soffra di stress ed ansia. Numerosi studi hanno infatti dimostrato come poter godere della vista di un paesaggio verde faciliti la sopportazione del dolore, degli effetti della depressione e, addirittura, stimoli la ripresa dell’organismo in fase di convalescenza. Negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Giappone, in Germania e in Inghilterra, dove l’Horticultural Therapy è praticata come una vera e propria disciplina scientifica, sono stati progettati paesaggi, giardini e aree verdi grazie alla collaborazione di architetti del paesaggio. I gardens sorgono di solito in case private, orti botanici, scuole, ospizi, carceri, ospedali e centri educativi per giovani a rischio. Tra le piante, le più adatte a tale attività sono considerate quelle da fiore e quelle aromatiche. Le piante con fogliame villoso stimolano sensazioni piacevoli nei malati di Alzheimer e negli individui che necessitano di un contatto vivo. Da noi i progetti relativi alla terapia orticolturale nascono generalmente grazie ad iniziative individuali di chi è particolarmente sensibile al tema o coinvolto personalmente. Comunque sono i Paesi anglosassoni, Stati Uniti in testa, a guidare la ricerca e la sperimentazione terapeutica dell’ortoterapia, un ambito in cui rientrano anche la pratica del giardinaggio terapeutico e l’utilizzo da parte di disabili fisici e psichici di giardini terapeutici. Qualche sperimentazione viene condotta anche in Italia, anche se il nostro paese è ai blocchi di partenza in questo settore, come sottolineano (in un articolo apparso sulla rivista Acer) il professor Ferrini (docente di Arboricoltura all’Università degli Studi di Milano) e la psicoterapeuta Trombettoni . A Roma c’è per esempio la Casa Dago gestita dall’Associazione per la riabilitazione del comatoso dove, oltre alla pet - therapy, si pratica la horticultural therapy. Qui i ragazzi svegliatisi da un coma più o meno lungo vengono aiutati a curare i postumi del trauma con l’orto-flori-frutticoltura: curando fiori e piante viene accresciuta la loro capacità di attenzione e di responsabilità, insomma curando le piante, curano se stessi. Lo stesso principio ispiratore ha guidato già dal 1998 l’attività di orticultura terapeutica realizzata presso il Centro Diurno “ Costa Bassa” di Monza : gli anziani con problemi d’autonomia vengono coinvolti nella coltivazione di ortaggi e fiori, al fine di sollecitarne la riabilitazione motoria, sensoriale e psicologica. Nella horticultural therapy non si parla solo di orti-giardinaggio terapeutico. Grande importanza assumono anche i giardini terapeutici cui è stata dedicata nel settembre del 2003 scorso un’intera area alla V edizione “Mostra mercato di piante rare insolite e curiose” svoltasi ad Arona sul lago Maggiore. Nel 2002, anno dei disabili, si è dato spazio ai giardini creati su misura, come quello realizzato dal Comune di Torino per i non vedenti che permette loro di muoversi tra piante e fiori senza bisogno di un accompagnatore. Alla mostra ne è stato presentato un “assaggio” di 15 m, mentre nel capoluogo piemontese il percorso si snoda per quasi un chilometro sul colle della Maddalena con un sentiero dotato di mancorrente e attrezzato con tabelle in braille sulle quali sono descritti gli elementi naturali che costituiscono il percorso. Secondo il professor Ferrini e la psicoterapeuta Trombettoni i giardini terapeutici, come quello realizzato a Torino, riescono a far vincere ai disabili la sensazione di solitudine e isolamento in cui molti di loro vivono, costretti come sono a rimanersene spesso relegati tra quattro mura . La horticultural therapy nelle sue varie forme (orticoltura, giardinaggio terapeutico, giardini terapeutici e healing landscape, cioè interazione visiva con un paesaggio verde) rappresenta quindi una terapia di sostegno alle tradizionali cure mediche. Sembra appena il caso di osservare che dalla cura dell’orto – frutteto, del giardino, possono trarre beneficio non solo malati o disabili. Tutti si rigenerano in corpo e spirito passeggiando per un parco, prendendosi cura dei fiori nel giardino o semplicemente aguzzando la vista tra gli alti palazzi delle città alla ricerca di uno scorcio verde. Certamente tutti ne hanno già fatto esperienza: ora si riconosce che il merito è tutto dell’azione terapeutica delle piante o per meglio dire della horticultural therapy.



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Orti urbani

Nulla di nuovo nel dire che le città sono fatte di cemento, traffico, inquinamento. I cittadini, noi tutti ogni giorno siamo alle prese con mille problemi da risolvere nel minor tempo possibile; si corre, si viaggia, si ha fretta, eppure in questo stressante via vai, c'è qualcuno che scorge un piccolo pezzo di terra, ignorato dalla frenesia cittadina e trova il tempo per lavorarlo, coltivarlo usando metodi antichi, dimenticati da un’industria agricola che, per esigenze di mercato, si adegua costantemente alla moderna tecnologia, ha la pazienza di aspettare i suoi frutti . Può apparire fuori dal tempo, fuori da ogni logica di consumo di massa e di vita urbana, eppure il fenomeno degli "orti cittadini" è oggi, come moltissimi anni fa, estremamente attuale. Si tratta di un comportamento spontaneo, non prodotto dai mass-media, molto diffuso che si configura come una sorta di cultura autonoma ben presente in alcuni strati della popolazione con contaminazioni più generali di strati sociali, generazioni e professioni. Non è chiaro cosa spinga queste persone a chinarsi su un piccolo campo assolato, quando i supermercati possono offrire, senza alcuno sforzo fisico, ciò di cui si ha bisogno. In primo luogo si potrebbe pensare al fattore economico, cosa vera, ma si tratterebbe soprattutto di un risparmio più che di un guadagno: l'orto urbano non dà luogo a mercato; ciò che si viene a creare è sì un lavoro, ma non nel vero senso della parola. L'orticoltore si sente libero di svolgere la propria attività nei modi e nei tempi che lui ritiene più opportuni, senza doversi subordinare a nessuno, è contento di dare consigli, di confrontarsi con gli altri ortisti, senza che la sua autonomia venga messa in discussione . Se l'orto fosse soltanto un lavoro, allora perderebbe quel senso di libertà che gli è proprio. L'orto è anche divertimento, impiego del tempo libero, fuga dal bar e dalla vecchiaia in solitudine, è un momento di relax e di raccoglimento. L'orto è passione per la natura, è sfida al tempo, alle proprie risorse, alla propria fantasia, è soddisfazione nel momento in cui si vedono crescere le coltivazioni e si raccoglie il frutto meritato delle proprie fatiche. L'attività degli "Orti urbani" è largamente diffusa nelle metropoli europee ( specialmente in Olanda, Germania, Svizzera, Austria); rappresenta un'occasione per organizzare aree a verde pubblico e talvolta raggiunge elevati livelli qualitativi anche sotto il profilo estetico. Anche in Italia e nelle grandi città, gli orti possono diventare una positiva risorsa urbana e ambientale; a tal fine si ritiene fondamentale che essi trovino nei P.r.g. una definitiva collocazione come area verde destinata ad orti, visto, tra l'altro, che le aree degradate in stato di abbandono, o con relativi interventi di recupero a verde elementare da realizzare o realizzati, complessivamente nella nostra città sono più di due milioni di mq, che vanno dai mille mq ai centomila mq per singola area (censimento aree degradate in stato di abbandono, Settore Parchi e Giardini) . Occorre identificare, con un lavoro concertato tra urbanistica, demanio e patrimonio, parchi e giardini, aree qualitativamente adatte, irrigabili, non esposte a pesante inquinamento dei gas di scarico o di altre fonti inquinanti dell’aria. La loro realizzazione potrebbe essere certamente una positiva risposta soprattutto al problema dell'isolamento di tanti anziani e pensionati. Con tale iniziativa si contribuirebbe a mantenerli autosufficienti e permettere loro un sano impiego. Infatti con questa attività si viene a produrre un vero e proprio legame con la terra, per molti caro ricordo di un’infanzia trascorsa nei campi. Si verrebbe a creare un legame nuovo non più spinto dalla fame e dagli stenti di una guerra e di una ricostruzione difficile, ma dal desiderio di esprimere le proprie conoscenze, le proprie risorse, la propria passione per una terra che non è più mezzo di sussistenza ma compagna di giornate altrimenti vuote e solitarie. Tuttavia l’orto e i suoi recinti non possono essere considerati una gabbia dorata, un’ isola felice nella quale gli anziani coltivano semplicemente il loro pezzetto di terra. Gli “orti urbani” sono qualcosa di più, consentono rapporti con altri cittadini d’età diverse, con esigenze diverse, ma portatori anche loro di conoscenze in grado di arricchire pure una vecchia pianta come può essere l’anziano. Alcune ricerche dimostrano che l’orticoltore “tipo” è uomo, generalmente di età compresa tra i cinquanta e settanta anni, pensionato, operaio, impiegato, piccolo artigiano; vi sono presenze di età inferiori e attive nel mondo del lavoro e, se pur limitata, c’è anche la presenza di liberi professionisti. Le donne sembrano essere meno coinvolte in questa attività, ma non per questo si dovrebbero adottare criteri di assegnazione diversi. Occorrerà tenere nella dovuta considerazione questo fenomeno di voglia di orto, per la funzione ed importanza che assume in più strati sociali e classi di età. Si pensa che le amministrazioni potrebbero creare le condizioni per soddisfare il più possibile la domanda reale, pur mantenendo ferma la priorità a pensionati-anziani e alla loro condizione economica, fornire la possibilità di accedere alle assegnazioni anche a portatori di handicap; molte ragazze e ragazzi autosufficienti sarebbero ben felici di partecipare a questa esperienza a contatto con la natura, con persone anziane ma non solo, svolgendo la stessa attività di ortisti. Si reputa importante che in questo contesto si realizzino occasioni d’incontro e di discussioni, possibilità di iniziative ricreative e culturali, per facilitare i rapporti umani e di vita; e questo estendendo attività rivolte a tutto il quartiere, come possono essere ad esempio le “Feste dell’orto” , nelle quali organizzare concorsi per il miglior orto, mostre e conferenze di orticoltura con esperti agronomi del Comune o esterni. Un altro obiettivo potrebbe consistere nell’ approfondire la materia in termini tecnici, scientifici e culturali con corsi pubblici e gratuiti che insegnino di più sugli orti, sul rispetto dell’ambiente mediante l’uso esclusivo e prevalente di tecniche biologiche e naturali, l’impiego di prodotti sicuri sia per gli anziani, sia più in generale per gli utenti, favorendo, quindi, la scelta di agricolture naturali alternative all’uso di prodotti fitosanitari che nel breve o nel lungo periodo possono danneggiare la salute. A tal proposito appare evidente la necessità di un rapporto stretto con la facoltà di agraria, le associazioni ambientaliste come Italia Nostra, Bosco in città, Wwf e altre, per avere suggerimenti e indicazioni in merito. Il tutto potrebbe essere realizzato in spazi sociali, possibilmente all’interno delle aree ortive, dotati di capanni comuni o singoli per il ricovero degli attrezzi, di allacciamenti a prese d’acqua, servizi igienico sanitari idonei anche per i disabili, illuminazione adeguata e linea telefonica attiva; interessante, per l’assolvimento di questa funzione, sarebbe, ove esistono in loco, il recupero di vecchi rustici o cascine. L’orto urbano può anche dare vita a rapporti di collaborazione con scuole, insegnanti, scolaresche, alle quali gli anziani possono trasmettere le loro esperienze, frammenti di cultura che altrimenti andrebbero persi, le loro conoscenze sull’uso di strumenti di lavoro manuale e sulla vita delle piante. Nello stesso tempo questa attività “didattica” sarebbe appagante per gli anziani che riscoprirebbero il ruolo di trasmettitori di sapere. Ed ancora. L’orto può divenire il mezzo con il quale realizzare forme di volontariato e di solidarietà, attraverso l’offerta gratuita di eventuali eccedenze di produzione (o di quantità preventivamente stabilite) alle case di riposo, ospedali, asili nido, scuole materne, ad altri anziani ma deboli fisicamente ed economicamente, e in quest’ ultimo caso in stretto rapporto con i Centri di assistenza domiciliare. Si potrebbe stabilire che una piccola parte dei prodotti sia destinata a chi giorno dopo giorno prepara un pasto caldo per i bisognosi come per esempio le suore missionarie di Maria Teresa di Calcutta o la mensa di S. Pietro. Il valore di questa iniziativa può andare ben oltre il valore economico dei prodotti offerti o consumati dagli orticoltori; infatti produrrebbe una ricchezza ben più importante: la solidarietà, lo stare insieme, il vivere nel rispetto dell’ambiente e, non da ultimo, il significativo recupero di aree degradate. Orti, quindi, da realizzare e gestire come multivalori da coltivare, da conservare e tutelare. Materia, questa, che andrebbe delegata ai municipi e ai consigli di zona che tra l’altro, unitamente agli assegnatari, nominerebbero un comitato di gestione per ogni area ortiva. Tale organo, oltre a far sì che certe regole vengano rispettate, dovrebbe svolgere una serie di attività volte alla promozione della vita di relazione degli anziani volte alla loro integrazione sociale nel territorio. A tal proposito, sarebbe necessario evidenziare due fattori: primo occorrerebbe valutare attentamente le domande che perverranno nelle sedi preposte e poi l’eventuale risorteggio degli orti dopo alcuni anni (tre o cinque che siano); tale scelta può produrre effetti negativi in quanto può togliere interesse al miglioramento produttivo ed estetico dell’orto e può colpire quella passione che non è limitata solo alle colture o al fattore economico e di risparmio. E’ altrettanto importante non porre limiti a possibili contributi di lavorazione e coltivazione dell’orto da parte dei familiari dell’utente o di altri assegnatari; va tenuto presente che gli anziani, come tutti gli esseri umani, vanno soggetti ad invalidità temporanee e a volte anche croniche che per periodi più o meno lunghi impediscono la coltivazione dell’orto. Sarebbe socialmente dannoso togliere l’orto a chi è costretto a farsi aiutare materialmente nella coltivazione (da familiari, parenti, amici) in quanto, anche se il fisico non lo permette, il legame con l’attività può rimanere ancora vivo e profondo, e spezzarlo significherebbe creare un ulteriore “handicap” nella vita dell’anziano, quindi sarebbe da ritenere importante e utile mantenere l’assegnazione. Orti urbani: definizione, evoluzione, esperienze significative Nella denominazione corrente, gli orti urbani sono connotati con varie terminologie: orti per il tempo libero, orti familiari, orti per gli anziani o per la terza età. Tuttavia gli orti urbani possono essere definiti come un insieme di aree coltivate, formate da piccoli appezzamenti di terreno, a ordinamento policolturale, con scopo di autoconsumo, coltivati da uno o più componenti di una sola famiglia e separati dall’abitazione del conduttore stesso. Il fenomeno degli orti urbani in Italia esplode nel corso degli anni ‘70 con caratteristiche di recupero spontaneo, da parte dei cittadini, di aree marginali esistenti nel tessuto urbano (sponde di fiumi, aree limitrofe ad aree ferroviarie, ecc.) o di aree agricole, semi-abbandonate, limitrofe alle grandi conurbazioni. Nel primo caso, gli orti presentano dimensioni piccole o piccolissime, inferiori ai cento\centocinquanta mq, nel secondo hanno dimensioni più rilevanti (sempre comunque inferiori ai cinquecento mq) e sono generalmente collegati a piccole strutture in muratura o in legno che permettono sia il ricovero degli attrezzi sia la possibilità per il conduttore di trascorrere un’intera giornata sul fondo. Dal punto di vista delle dimensioni dunque si può andare da pochi metri quadrati a qualche centinaio. Le forme possono essere regolari, quando si tratta di grandi aree frazionate, oppure irregolari nel caso di aree recuperate o marginali, mentre dal punto di vista altimetrico i terreni possono essere pianeggianti o anche in forte pendenza. L’orto urbano, anche se abusivo, è generalmente recintato ed ha una porta d’accesso per dare l’illusione della proprietà e renderla riconoscibile. Le colture possono essere a cielo aperto oppure sotto serre di plastica, e vanno dagli ortaggi di ogni genere per arrivare a colture più ricercate, come, ad esempio, alberi da frutto e fiori. L’acqua per l’irrigazione, quando l’orto non si trova in riva al fiume o non sia percorso da un canale, è quella piovana, raccolta con mezzi rudimentali. Alla precarietà italiana fa riscontro una situazione europea su radici più antiche. Nel resto d’Europa si può parlare di organizzazione e pianificazione fin dagli anni ‘20. Oggi gli orti urbani in Svizzera o in Germania costituiscono vere e proprie fasce verdi che si frappongono tra la città costruita prima degli anni ‘40 e le espansioni del secondo dopoguerra. In Olanda, invece, fanno parte integrante della progettazione dei grandi parchi urbani e in Gran Bretagna sono previsti come servizi complementari alla residenza. Esperienze significative In Francia gli orti urbani sono regolati da norme formalizzate in un arco di tempo piuttosto lungo, fra il 1940 e il 1976 che ne definiscono l’impianto e la manutenzione. Nel 1920, in Francia se ne contavano oltre centosettantamila, gestiti in prevalenza dalle compagnie ferroviarie e minerarie. Il fenomeno tuttavia ha registrato un calo notevole negli anni ‘50, ma negli ultimi anni c’e stata una netta ripresa tanto che si è giunti ad una nuova legge (10 novembre 1976) relativa alla protezione degli orti urbani che definisce la possibilità e i requisiti della società, le modalità di esproprio e le condizioni per beneficiare delle sovvenzioni dello Stato. Un interessante esempio di organizzazione di orti, in Francia, è quello di Crétil, lungo la Marna. Sono lotti rettangolari uguali di ml 8 x 22 e hanno il lato minore perpendicolare alle strade di accesso. Ogni due lotti è posto un capanno di ml 2 x 2, dipinto di verde con una piccola veranda coperta e delimitata da listelli di legno bianco. Intorno al capanno è previsto uno spazio ricoperto di ghiaia ed adornato con fiori e piante. Le recinzione fra i lotti sono in rete metallica sulla quale è appoggiato un’ incannucciata, che crea zone dotate di privacy molto forte. L’esperienza di Helsinki, in Finlandia, si basa su raggruppamenti di orti, di dimensioni variabili fra i centocinquanta e i quattrocentocinquanta mq; sono serviti da una rete di elettrificazione e da una adduzione idrica che, per evidenti ragioni climatiche, funziona solamente in estate. L’affitto è parametrato dal costo della vita e calcolato in base ai mq in uso e al reddito personale; il regolamento comunale, invece, fissa le regole di manutenzione, di rimozione dei rifiuti, le modalità di recinzione e di costruzione del capanno, con la specificazione che possa essere usato solo in estate e non continuativamente per più notti. In Italia una delle più interessanti esperienze è quelle di Torino che, nel corso degli anni ‘70, raggiunse una dimensione di oltre due milioni di metri quadrati. Anche se gli orti a Torino erano sempre esistiti nei quartieri popolari, e per le loro caratteristiche e la loro diffusione erano legati all’immigrazione del secondo dopoguerra. Infatti, per l’immigrato meridionale di origine contadina, l’orto urbano rappresenta una continuità ideale delle proprie radici. Grazie alle varie riprese aerofotogrammatiche di un gruppo di studio della Facoltà di Architettura di Torino, è stato possibile disegnare una mappa degli orti che ha rilevato una loro maggiore concentrazione lungo gli argini dei corsi d’acqua cittadini: la Stura, la Dora, il Sangone e il Po. La ragione di questa localizzazione è evidente in quanto siamo di fronte a zone dotate di acqua che ne consente una irrigazione facile mediante semplici pompe e sono un luogo piacevole per trascorrere il tempo libero. Altre importanti concentrazioni sono state rilevate lungo le linee ferroviarie e nei quartieri popolari. Merita attenzione la struttura degli orti del quartiere Lucento/La Vallette dove si è razionalizzata una situazione spontanea e, al contempo, creato un parco pubblico con servizi comuni, giochi per bambini e adulti e aree sperimentali con orti scolastici. Le spese di sistemazione delle strade d’accesso principale e la sistemazione della rete idrica sono state affidate al Comune, mentre i privati hanno sistemato le eventuali strutture di ogni singolo orto come la recinzione, il capanno e le serre. Il Comune di Parma ha seguito una via molto simile a quella torinese, ma ha espressamente vietato costruzioni all’interno dei lotti. Non esistono recinzioni interne o cancelli tra un orto e l’altro e il sistema d’irrigazione prevede delle tubazioni con un rubinetto ogni dieci orti, dove l’acqua viene raccolta manualmente con secchi o annaffiatoi. Sono inserite, inoltre, una serie di iniziative a favore degli anziani e in questo tipo di contesto è nata l’idea d’istituire un nuovo tipo di verde urbano, un verde produttivo in grado di assorbire l’esperienza di persone non più giovani. Si segnalano, infine, le esperienze di Ancona e Modena, fra loro assai simili, in quanto presentano finalità per il recupero di anziani, handicappati e disadattati. A Modena i lotti hanno una dimensione di cinquanta mq per utente e, come a Parma, sono proibite le costruzioni e la coltivazione degli orti da parte di persone che non siano i familiari dell'assegnatario. Il fenomeno degli orti urbani, in apparente contrasto proprio con l’uso dei suoli cittadini, ha la rilevanza che merita, anche se spesso queste oasi di verde tra il cemento e lo smog trovano scarsa considerazione tra gli amministratori dei municipi della nostra città. Miopia ambientale? Calcolo politico? Bacino di voti poco appetibile? Chi ha interesse a mantenere accese, da oltre cinquant’ anni, le dispute tra ortisti abusivi e gli uffici legali della provincia e della regione? Una visita conoscitiva presso il XIX municipio ha dato risultati deludenti. Nessun Ufficio è al corrente di progetti sugli orti urbani. Nessuno ha saputo rispondere sulla storia del territorio attorno al Fosso di Santo Spirito e sulla diatriba, ancora in atto, tra occupanti e Amministrazione. E’ stato consigliato di presentare, visto l’interesse della scrivente per l’argomento, una bozza di progetto di orti urbani riguardante i parchi dell’Insugherata (Lucchina) o di Casal del Marmo , abbastanza prossimi al Fosso di Santo Spirito. Forse la soluzione può essere trovata nel delegare l’attuazione dei progetti, sul cui grado di fattibilità dovrebbero pronunciarsi le amministrazioni, a Comitati Territoriali di gestione che potrebbero assolvere ad alcuni compiti; tra i quali: • assecondare la voglia di verde presente in numerose persone della terza età; • contribuire a far uscire dall’isolamento molti vecchi; • produrre reddito aggiuntivo che, visti gli assegni medi dei pensionati, non è risultato da disprezzare; • produrre solidarietà; • ridurre l’isolamento, la distanza tra la terza età e le giovani generazioni (orto didattico); • contribuire al mantenimento del benessere psicofisico dell’anziano, con conseguente risparmio per il Servizio Sanitario nazionale. E’ stato detto che l’attività degli orti urbani è largamente diffusa nelle metropoli europee. Essa può rappresentare una soluzione, una delle tante possibili, alla voglia di verde dei cittadini; in Italia essa ha avuto rispondenza solo in quelle città dove, evidentemente, la coscienza ecologica e le capacità organizzative sono più sviluppate. Allo stato non risulta che l’amministrazione della città di Roma abbia preso in seria considerazione la possibilità di organizzare le varie aree che vengono coltivate “abusivamente” (e si tratta di terreni demaniali mai coltivati ed esposti al degrado, molti finiscono per diventare discariche di materiali vari. anche pericolosi) disciplinandone l’uso. Nonostante gruppi di cittadini e organizzazioni ambientaliste abbiano cercato di impegnarsi in questo senso, non hanno avuto riscontro presso gli uffici deputati.



S O M M A R I O

  Premessa      Anziani in cifre      La vecchiaia nella storia dell'uomo     Tempo libero e     solitudine        Cenni di storia della medicina della terza età       Horticultural Therapy   Orti urbani           Progetto recupero aree XIX Municipio        Conclusione         Allegati  

Alla Commissione per la gestione del Territorio del XIX Municipio del comune di Roma

Proposta di recupero urbanistico, a orti urbani, delle aree pertinenti il Fosso di Santo Spirito, il complesso di Santa Maria della Pietà e il Carcere Minorile di Via Casal del Marmo,

Sonja Muscas, Settembre 2004

XIX Municipio: aree non utilizzate o dismesse.

Linee teoriche per un progetto di recupero urbanistico da destinare a orti per la terza età, ad attività didattiche per le scuole e di recupero - sostegno per gli ospiti del carcere minorile di via Casal del Marmo e del complesso di Santa Maria della Pietà.

Sommario 1. Ubicazione e descrizione del territorio 2. Terza età e orti urbani 3. Un laboratorio di ecologia all’aperto 4. Orti urbani come horticultural therapy 5. Un esempio di regolamento per l’assegnazione degli orti urbani 6. Conclusioni 1. Ubicazione e descrizione del territorio La parte di territorio presa in considerazione ricade completamente sotto l’amministrazione del Municipio, nella zona nord di Roma. E’ delimitata da via Barellai, dal Carcere Minorile di Casal del Marmo, da via della Valle dei Fontanili, dalle traverse ad est di via Torrevecchia, dalle pertinenze dell’ospedale di Santa Maria della Pietà, da via E. de Mattei, dalle pertinenze dell’ospedale S. Filippo Neri. Si tratta di circa venti ettari nella Valle dei Fontanili, denominazione che deriva dalla presenza di numerosi fontanili e risorgive. La creazione del quartiere di Monte Mario e quindi l’esigenza di smaltire le acque nere, fece del Fosso dei Fontanili una fogna a cielo aperto; tuttora, in parte, si trova nello stesso stato anche se esiste un depuratore funzionante che scarica le acque nel fosso. Basterebbe allacciarlo al sistema fognario che termina nel depuratore delle case popolari di Via Andersen; esiste un progetto in merito. In tal modo le acque pulite dei vecchi fontanili potrebbero essere utilizzate per l’irrigazione degli orti, che per ora debbono accontentarsi di quelle meteoriche che vengono raccolte in contenitori di vario genere. I piccoli appezzamenti, ricavati dal controllo continuo sulle specie infestanti, sono situati ai lati del rigagnolo e presentano varie pendenze. Sono coltivati, nei punti più difficili, col sistema del terrazzamento. Alcuni punti più malagevoli, le “spallette”, mantengono la vegetazione spontanea originaria costituita da lecci, roverelle, onnipresenti rovi, pungitopo, biancospino, edere, mentre lungo il ruscello crescono rigogliosi i salici e le canne palustri. Trovano riparo e cibo parecchie specie di animali: dai rettili (bisce, orbettini, bisce d’acqua, ramarri e lucertole di vario tipo) agli uccelli d’acqua ( alcuni rallidi , gallinelle d’acqua, porciglioni, folaghe, marzaiole di passaggio) pettirossi, fringuelli, cardellini, verdoni nidificanti, tortore e colombacci nel periodo estivo, merli e storni nidificanti, onnipresenti le cornacchie grigie e tordi nel periodo invernale. Nidifica anche il gheppio e qualche coppia di civette e di gufi. Sono presenti, oltre le numerose arvicole, gli istrici, i ricci, qualche volpe e alcune faine che compiono razzie nei pollai degli ortisti. Si tratta quindi di un ecosistema completo, ricco di specie animali e vegetali che convivono in buona salute (nessuno adopera prodotti chimici nella coltivazione degli orti), una ricchezza da preservare e da incrementare attraverso una gestione oculata delle risorse sia umane che ambientali. 2. Terza età e orti urbani Coltivare la terra mantiene giovani le persone di una certa età. Alcuni studiosi di geriatria affermano, infatti, che questa attività non solo aiuta le persone anziane a sentirsi attive, ma aumenta anche le loro difese immunitarie, rallenta il declino psicofisico e regolarizza il ciclo veglia-sonno. La gestione e la coltivazione di un orto costituisce un modo di vivere all'aria aperta, fare attività motoria oltre ad essere occasione di aggregazione per il tempo libero e sostegno economico per le famiglie. Del resto molti degli anziani che vivono oggi nelle città possono aver subito quel inurbamento che può averli distaccati, più o meno drasticamente, dall’ambiente rurale caratteristico magari della gioventù, creando in loro un certo disorientamento e una forte esigenza di ritrovare un contatto diretto con l’ambiente. A volte basta anche un fazzoletto di terra, per tenere lontano l’anziano da quella solitudine che colpisce spesso la terza età e che, in alcuni casi, può portare alla depressione se non al vero e proprio deterioramento psicofisico. Un'indagine dell'Istat ha scoperto che il oltre il 50% degli anziani ha una grande passione per il giardinaggio . Purtroppo non tutti hanno la possibilità di esercitare questa passione. Soprattutto chi abita nei centri cittadini, ha notevoli difficoltà a reperire un " fazzoletto di terra": da qui la necessità di un intervento dell’amministrazione comunale. Del resto sono ormai molte le città, in particolare nell’Emilia e nella stessa Toscana, in cui vengono assegnati gratuitamente agli anziani un appezzamento di terreno (fra i quaranta e i settanta mq) destinato alla coltivazione di ortaggi, erbe aromatiche o fiori per "rompere l'isolamento e incentivare i momenti di socializzazione", come recita, per esempio, il Regolamento del Comune di Modena. 3. Un laboratorio di ecologia all’aperto Oggi la scuola è sempre più scuola di città, dentro le quattro mura dell’aula scolastica. Si è acutizzato, poi, in questi ultimi anni il fenomeno della chiusura di scuole nelle realtà periferiche, in campagna, in montagna e in collina. È proseguito il processo di urbanizzazione, che un tempo era collegato alla industrializzazione dell’Italia e che oggi si è basato sul principio della riduzione dei costi per allievo, soprattutto là dove più forte il fenomeno del decremento delle nascite. E' un processo che è stato eclatante negli anni ‘50 quando dalla campagna, dalla montagna, la gente è emigrata. Oggi c’è un ulteriore impoverimento di quella realtà, la campagna, che è stata per centinaia di anni la struttura portante dell'Italia. Il concentrare i bambini e le bambine nelle grandi scuole di città sta facendo emergere sempre di più il fenomeno di allievi che provengono da realtà di cosiddetta periferia, ma che non conoscono, se non con molta superficialità l'ambiente rurale. È un ulteriore distacco fra mondo rurale e mondo industriale, fra città e campagna, fra il luogo dove si produce e dove si consuma il cibo. Anche là dove è presente, nelle scuole italiane, la mensa, si stanno sempre di più perdendo occasioni per ricucire questo legame. Ci si appella ai falsi miti dell'igiene o del risparmio. Noi stiamo sempre più togliendo dalle scuole l'esperienza della mensa e della cucina. Stiamo sempre più portando il cibo già precotto ai ragazzi che si fermano a pranzo, che fanno il tempo pieno o i rientri nelle elementari e nelle medie. Si stanno sempre più centralizzando i punti di cottura di questi cibi e così il pranzo viene servito a scuola con le vaschette di plastica o di alluminio. Un'operazione, oltretutto, ecologicamente molto poco intelligente in quanto costosa dal punto di vista energetico. Gli orti, quindi, potranno assumere un altro significato molto importante: quello di laboratorio all’aperto per le scuole, in cui favorire anche lo scambio intergenerazionale tra nonni, genitori e bambini. Ad Alessandria si è addirittura formato un club composto da centottanta pensionati che gestiscono gli orti e, a turno, invitano i bambini degli asili per dimostrar loro che le patate non crescono sugli alberi e le fragole si raccolgono una per una, proprio come faceva Cappuccetto Rosso. Affiancata all'esperienza degli orti, la realizzazione di un giardino naturale a scopo didattico permette di recuperare un rapporto diretto con la natura, soprattutto da parte dei bambini. Spesso le aree verdi costituiscono soltanto l'unica opportunità per stabilire questo contatto, un orto-giardino mantenuto dai ragazzi con criteri ecologici, costituisce un'occasione per stimolare lo spirito creativo e l'osservazione, capire i meccanismi che regolano i cicli naturali. Infatti nelle aree fortemente antropizzate, in particolare gli ambienti urbani, i giardini rappresentano un sistema di conservazione della natura e di rigenerazione della stessa, soprattutto se costituiti da essenze autoctone. Nel progettar